ARE WE ALONE?

Avvento dei grandi telescopi

L'osservazione dei corpi celesti con strumenti ottici inizia con la costruzione del cannocchiale da parte di Galileo Galilei. Mediante questo strumento, Galileo osservò la Luna, Venere, la via Lattea e scoprì 4 satelliti di Giove, che chiamò medicei. I risultati di tali osservazioni sono descritti nel famoso libro, pubblicato nel 1610, "Sidereus Nuncius".

William Herschel

herschelAstronomo, fisico e musicista (1738 - 1822). Fu nominato astronomo Reale di Inghilterra. Costruì telescopi a specchio, che risultarono i più potenti della sua epoca, con i quali effettuò numerose scoperte, tra le quali quella del pianeta Urano, confuso inizialmente con una cometa.

La gestione dell'osservatorio fu proseguita dal figlio John, che potenziò gli strumenti paterni.

Sopra una di queste osservazioni, quella al Capo di Buona Speranza, fu costruita una clamorosa bufala. Infatti, un giornalista americano, Richard Locke, pubblicò una serie di articoli sul Sun, che illustravano come le osservazioni di John Herschel, effettuate con un telescopio in grado di osservare i dettagli della superficie lunare, avessero messo in evidenza la presenza di vegetazione e di forme di vita, che furono descritte nei dettagli, con grande inventiva. É possibile supporre che l'autore, oltre ad uno scopo puramente utilitaristico, intendesse mettere in ridicolo alcune delle stravaganti teorie astronomiche del suo tempo. Ad esempio, nel 1824 Franz von Paula Gruithuisen, docente di astronomia presso l'Università di Monaco, aveva pubblicato un documento dal titolo "La scoperta di molte distinte tracce di abitanti lunari, in particolare di uno dei suoi edifici colossali.

La satira di Locke fu certamente rivolta nei confronti del rev. Thomas Dick, conosciuto come "il filosofo cristiano"che sosteneva di aver calcolato che il sistema solare conteneva 21.891.974.404.480 (oltre 21 trilioni) di abitanti. In realtà, la Luna da sola, secondo il suo calcolo, avrebbe potuto contenerne 4,2 miliardi. I suoi scritti furono enormemente popolari negli Stati Uniti.

Tali articoli furono ripresi e tradotti anche in Europa. In Italia, giunsero nel 1836 attraverso una traduzione dal titolo: "Delle scoperte fatte sulla Luna dal sig. John Herschel" (da Google book).

Padre Secchi

secchiPadre Gesuita (1818 - 1878), astronomo e direttore dell'Osservatorio del Collegio romano, fu il primo a classificare le stelle secondo i loro spettri luminosi attraverso l'uso di uno spettroscopio, strumento introdotto da Fraunhofer.

L'idea di popolare gli astri e le sfere celesti d'intelligenze pure o corporee, di animali e di piante, non è nuova. La maggior parte degli scritti su tale tema appaiono come pure immaginazioni poetiche, o scherzi di ingegno. Ma nel presente secolo diversi scrittori tentarono di elevare la pluralità dei mondi abitati alla dignità di questione filosofica. Quanto ai teologi cristiani, essi, seguendo l'esempio di San Tommaso, quasi tutti osteggiarono l'idea dell'esistenza di altri mondi simili al mondo terrestre.

Quasi tutti, perchè uno di loro, padre Secchi, non certo un empio, ha scritto le parole telescopioseguenti: "Il creato, che contempla l'astronomo, non è un semplice ammasso di materia luminosa; è un prodigioso organismo, in cui, dove cessa l'incandescenza della materia, incomincia la vita. Benchè questa non sia penetrabile ai suoi telescopii, tuttavia, dall'analogia del nostro globo, possiamo argomentarne la generale esistenza negli altri. La costituzione atmosferica degli altri pianeti, che in alcuno è cotanto simile alla nostra, e la struttura e la composizione delle stelle simile a quella del nostro sole, ci persuadono che essi, o sono in uno stadio simile al presente del nostro sistema, o percorrono taluno di quei periodi, che esso già percorse, o è destinato a percorrere. Dall'immensa varietà delle creature che furono già e che sono sul nostro globo, possiamo argomentare le diversità di quelle che possono esistere in altri. Se da noi l'aria, l'acqua e la terra sono popolate da tante varietà di esse, che si cambiarono le tante volte al mutare delle semplici circostanze di clima e di mezzo; quante più se ne devon trovare in quegli sterminati sistemi, ove gli astri secondarii son rischiarati talora non da uno, ma da più Soli alternativamente, e dove le vicende climateriche succedentisi del caldo e del freddo devono essere estreme per le eccentricità delle orbite, e per le varie intensità assolute delle loro radiazioni, da cui neppure il nostro Sole è esente!
Sarebbe però ben angusta veduta quella di voler modellato l'Universo tutto sul tipo del nostro piccolo globo, mentre il nostro stesso relativamente microscopico sistema ci presenta tante varietà; nè è filosofico il pretendere che ogni astro debba esser abitato come il nostro, e che in ogni sistema la vita sia limitata ai satelliti oscuri. È vero, che essa da noi non può esistere che entro confini di temperatura assai limitati, cioè tra 0° e 40°-45° gradi centesimali, ma chi può sapere se questi non sono limiti solo pei nostri organismi? Tuttavia, anche con questi limiti, se essa non potrebbe esistere negli astri infiammati, questi astri maggiori avrebbero sempre nella creazione il grande ufficio di sostenerla, regolando il corso dei corpi secondarii mediante l'attrazione delle loro masse, e di avvivarle colla luce e col calore. E qual sorpresa sarebbe, se fra tanti milioni, anche molti e molti di questi sistemi fossero deserti? Non vediamo noi che sul nostro globo regioni, in proporzioni assai estese, sono incapaci di vita? L'immensità della fabbrica, non verrebbe perciò meno alla sua dignità, nè allo scopo inteso dell'Architetto.
La vita empie l'universo, e colla vita va associata l'intelligenza; e come abbondano gli esseri a noi inferiori, così possono in altre condizioni esisterne di quelli immensamente più capaci di noi. Fra il debole lume di questo raggio divino, che rifulge nel nostro fragile composto, mercè del quale potemmo pur conoscere tante meraviglie, e la sapienza dell'autore di tutte le cose è una infinita distanza, che può essere intercalata da gradi infiniti delle sue creature, per le quali i teoremi, che per noi son frutto di ardui studi potrebbero essere semplici intuizioni". (da "Lezioni di fisica terrestre")